21-04-2017

Foto&Food: Antonella Bozzini (parte III)

Dress your kitchen

Con questo post si conclude la nostra intervista alla fotografa enogastronomica Antonella Bozzini. Ci spiega come usa la luce, quale importanza attribuisce al set e che tipo di inquadratura predilige. E perché le sue immagini diano sempre il via a una storia



  1. Home
  2. Dress Your Kitchen
  3. Foto&Food: Antonella Bozzini (parte III)

Foto&Food: Antonella Bozzini (parte III) Tutte le foto di Antonella Bozzini sono fatte con passione. Per questo sono tutte grandi. Portano alla luce gli chef più famosi, i ristoranti più importanti, i prodotti più insostituibili.
Antonella, che è uno dei maestri della food photography made in Italy, ha uno stile essenziale, ma sempre emozionante. Si fonda su una lucida padronanza tecnica, diretta e senza artifici, per arrivare alla sorpresa che non ti aspetti.
Su cosa, Antonella, le piacerebbe sperimentare di più nella fotografia di food?
«Potrei sperimentare di più nell’uso della luce. Anziché usare una luce molto morbida e diffusa, per esempio, potrei utilizzare delle griglie meno descrittive, per creare un effetto più crudo o violento sul piatto. Ma lo chef potrebbe non essere d’accordo… Il mio lavoro è comunicare il risultato dello chef: sono un tramite, che trasmette quanto lui vuole trasmettere».
Come usa la luce?
«La mia è una luce descrittiva, che serve a descrivere quanto fotografo. Ma con la luce cerco anche di creare delle emozioni. A seconda di come la si usa, si possono suscitare emozioni differenti. In chi guarda l’immagine».
Quanto conta il set dove ambienta il prodotto o il piatto?
«Non conta tantissimo. Forse può contare per come predispone me all’approccio fotografico, ma spesso faccio un close up del piatto. Nei casi, invece, in cui sono chiamata a raccontare la storia del ristorante e dello chef, le location fanno la differenza».
Quale tipo di inquadratura preferisce?
«È dettata da quello che devo fotografare. Oggi sta andando molto di moda la vista in pianta. Quando ho cominciato a fare foto di food, non si poteva usare: ti buttavano fuori a calci dalle redazioni! In parte è un fatto di moda, in parte dipende anche dagli chef che stanno lavorando molto sull’orizzontale, per cui è meno importante realizzare le immagini a 45 gradi come si faceva un tempo. Gli chef stanno lavorando sempre di più sul piatto, come su una tela, con schizzi e pennellate, alla Pollock. Sono piatti molto grafici, bidimensionali, come composizione».
Come food photographer, che qualità pensa di possedere?
«L’amore il cibo. Mi piace il mondo della cucina, le situazioni poco conosciute che stanno dietro la creazione di un piatto, le eccellenze delle regioni italiane. Il mio lavoro mi ha fatto scoprire un’altra Italia».
Anche nella food photography si raccontano delle storie. Che tipo di storia ama raccontare più spesso?
«Non so se l’immagine sia in grado, da sola, di raccontare una storia. Credo che la food photography abbia ancora bisogno di testo. Con le immagini io porto le persone all’inizio della storia, poi questa ha bisogno di altri cantastorie, come lo chef stesso, che sovente racconta il piatto con le sue parole, o i giornalisti di food o i foodblogger. Il fruitore del piatto, poi, iniziando ad assaggiare i vari sapori, fa uscire dal piatto una serie di storie che ha già dentro. Spesso il cibo ti fa compiere un viaggio nel tempo, nelle emozioni e nei ricordi delle persone che ti sono state vicino. Ho in mente proprio un progetto su questo tema...».

Mariagrazia Villa

Fotografie: Antonella Bozzini

GALLERY


Il nostro sito web utilizza i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione.
Se desideri maggiori informazioni sui cookie e su come controllarne l’abilitazione con le impostazioni del browser accedi alla nostra
Cookie Policy